venerdì 19 settembre 2014

Il Galibier


Saint-Michel-de-Maurienne - Col du Télégraphe - Valloire - Col du Galibier - Valloire - Col du Télégraphe - Saint-Michel-de-Maurienne (Km 71)


Appuntamento con la storia, quantomeno con la mia storia ciclistica. Quando circa tre mesi fa mi sono recato in Maurienne per scalare Glandon e Croix de Fer, il pensiero non ha potuto fare a meno di andare al più celebre dei vicini di casa: il col du Galibier. Già affrontato qualche anno fa da sud in una giornata tanto memorabile quanto faticosa, il versante classico da nord era sempre rimasto un'ipotesi: troppo lontano, troppo duro, troppo probabile un buco nell'acqua che data la distanza mi avrebbe forse fatto rinunciare per sempre all'impresa. Eppure il richiamo del Galibier per chi ama andare in biciletta in montagna è troppo forte, il Galibier non è solo il colle probabilmente più conosciuto e tra i più duri in Europa, è una sorta di esame di laurea che fa entrare anche il più scarso dei ciclisti nel gotha dei campionissimi, tanto ricca di suggestioni è questa salita (quasi) unica al mondo.
Qualche dato per rendere l'idea di cosa si sta parlando: 30 chilometri di salita su 35 di lunghezza complessiva da Saint-Michel; oltre 2000 metri di dislivello; ultimi otto chilometri all'8,5% di pendenza media; 2642 metri di altitudine; scalato 58 volte dal Tour (secondo solo al Tourmalet), la prima volta nel 1911 e l'ultima - per ora - nel 2011, quando è diventato l'arrivo di tappa più elevato nella storia della Grande Boucle. In una parola, un emblema del ciclismo.
Le ultime uscite in montagna sono state più che soddisfacenti, mi sembra di aver raggiunto un livello di resistenza che mi mancava da qualche anno, e dunque è finalmente giunta l'ora di accettare il guanto di sfida del colosso alpino, tecnicamente paragonabile a un Glandon dieci chilometri più lungo. Le due ore di macchina attraverso il Moncenisio per raggiungere St-Michel trascorrono scrutando il cielo ancora grigio con una certa apprensione, sebbene le previsioni dessero sole pieno all'unanimità: sarebbe una beffa dover alzare bandiera bianca per uno sfondone dei meteorologi, ma per fortuna quando arrivo sul posto i dubbi si diradano come le nuvole e posso cominciare l'avventura oltrepassando il ponte sull'Arc che precede l'inizio della salita al Télégraphe.
Strano destino quello del Télégraphe. Un colle di media montagna, di media lunghezza, di media difficoltà che viene affrontato con medio impegno, che tu sia Pantani o Pinco Pallino, perché nessuno sprecherebbe un grammo di energia più del necessario per un semplice preludio; sotto la media è invece la valenza cicloturistica, strada larga che si snoda nel bosco con rarissime viste sul fondovalle e panorama in cima men che ordinario. Eppure, malgrado queste caratteristiche che ne fanno una salita del tutto anonima, grazie alla sua posizione di 'paggio' del Galibier, credo che il Télégraphe sia uno dei valichi più frequentati al mondo, e dunque arriva anche il mio turno.
I dodici chilometri di salita sono abbastanza regolari, con pendenze un po' più accentuate nei primi tre chilometri, più dolci nel settore centrale, e nuovamente sostenute nel finale. Si balla comunque sempre tra il 6 e l'8%, la strada è larga come i tornanti che si superano di tanto in tanto, e vista l'assenza di spunti panoramici, l'unica preoccupazione è mantenere un passo costante. Tutto dunque molto prevedibile, salvo la sorpresa, nei cinque chilometri centrali, di parecchi tratti con asfalto 'grattato' dovuto a rifacimento in corso, che significano una indesiderata dose di vibrazioni, compensata peraltro dalla perfetta scorrevolezza nei tratti già riasfaltati. La sostanza è comunque che il Télégraphe conferma la sua natura di salita preliminare, e scorre via senza lasciare tracce significative né nella testa né nelle gambe, tutto sommato la migliore notizia possibile.
Dopo lo scollinameto ai 1566 metri del colle, seguono cinque chilometri di leggera e fredda discesa che conducono al centro turistico di Valloire, punto di accesso alla valle della Valloirette che porterà fino al Galibier, diciotto chilometri e circa 1250 metri più in su, ma in questo caso la media del 7% non rende assolutamente l'idea dell'altimetria reale.
La salita al col du Galibier è infatti composta da due parti ben distinte: i primi dieci chilometri fino ai quasi 2000 metri di Plan Lachat e gli ultimi otto dal ponticello sulla Valloirette fino alla vetta. Questi due settori sono diversi in tutto: il primo percorre in lunghezza il vallone fino ai piedi del Grand Galibier e propone un andamento un andamento molto nervoso, con tratti duri alternati ad altri più agevoli e perfino a un lungo falsopiano; il secondo risale a tornanti il costone destro su una pendenza media dell'8,5% che lascia poco spazio all'immaginazione.
Dopo il breve intermezzo fino a Valloire, si ricomincia comunque a salire avendo perso circa 150 metri di quota. Attraversamento tranquillo del centro abitato, poi improvvisa impennata di un buon chilometro fino a Le Verney seguita da un paio di chilometri semipianeggianti. Risultato: in questo settore teoricamente tranquillo perdo il ritmo della pedalata e per la prima volta mi sorge il dubbio di non farcela. Paradossalmente, le cose si rimettono a posto quando la strada riprende a salire decisa dopo un paio di tornantini, procedendo a fianco del torrentello a mezza costa. L'andatura è molto tranquilla, ma i chilometri scorrono via uno dopo l'altro in un ambiente che nel frattempo si è fatto tanto montano che la vegetazione ad alto fusto è scomparsa ben prima della soglia dei 2000 metri. Si continua a salire con la strada che punta verso sud e pare dover andare a sbattere contro l'impressionante piramide del Grand Galibier, finché, dopo qualche centinaio di metri in cui la strada spiana, si arriva al passaggio intermedio di Plan Lachat. Ho studiato approfonditamente l'altimetria e so che da questo momento comincerà di fatto un'altra salita, per cui all'altezza del primo tornante a destra in corrispondenza del ponte decido di prendermi dieci minuti di pausa per bere, mangiare qualcosa e soprattutto prepararmi mentalmente all'ultima atto del Galibier, il più esaltante ma nel comtempo faticoso.
Mi trovo alla soglia dei 2000 metri e ho già nelle gambe oltre 22 chilometri di salita, quando riprendo a pedalare lungo le dure rampe che adesso aggirano sulla destra il Grand Galibier. La scalata diventa molto impegnativa, le pendenze sono sempre importanti e l'aria rareffata insieme alla fatica già accumulata cominciano ad appesantire la pedalata. Man mano che salgo, mi rendo conto di non avere più margini di riserva, di tanto in tanto cerco istintivamente di scalare un rapporto più piccolo del 25 che ho a disposizione, ma nel complesso prendo consapevolezza che ce la farò, dovrò dare tutto quello che ho ma raggiungerò il colle. Inizia anche a fare freddino e a tirare un forte vento che mi spinge o mi frena a seconda della direzione che seguo da un tornante all'altro. I chilometri adesso passano lentissimi, meno sette, meno sei, meno cinque, la pendenza non si schioda dall'8-9%, ma perlomeno in questo tratto non ci sono passaggi tagliagambe sopra il 10%; inutile sottolineare che ogni metro guadagnato si porta in dote una porzione di panorama più grandioso di quella precedente.
Ai meno quattro, raggiungo le baite di Les Granges, a destra delle quali è stato eretta una sorta di stele rievocativa del punto in cui nel 1998 Pantani attaccò e staccò definitivamente Ullrich. Non riesco nemmeno a immaginare come sia umanamente possibile produrre una progressione potente e prolungata come fu quella del Pirata, io riesco a malapena a evitare che la bicicletta caschi di lato. I due chilometri che seguono, dopo un tornante a sinistra, descrivono un lungo arco piegato ancora verso sinistra; qui, la salita diventa leggermente più morbida, tra il 7 e l'8%, ma è quanto basta per tirare un po' il fiato prima di affrontare gli ultimi terribili chilometri.
Quando raggiungo il cippo dei due chilometri al Galibier, l'altitudine è 2460, il che vuol dire che da qui in avanti la pendenza media sarà del 9% e agli 800 metri ci sarà da superare la rampa più dura di tutta la salita, un 11% di per sé non particolarmente cattivo, ma che a quel punto rappresenterà la mazzata finale. Il penultimo chilometro, immortalato più o meno a metà dal solito fotografo piazzato a bordo strada, è molto duro ma regolare, e si chude all'altezza dell'imbocco del tunnel; come nel versante sud, seppur in maniera meno accentuata, anche nel nord l'ultimo chilometro è il più difficile in assoluto, o almeno così mi pare. La pendenza media è sempre del 9%, ma a differenza del chilometro precedente, stavolta c'è un'alternanza di strappi molto ripidi e di passaggi più agevoli, brevi ma una vera manna per convincere la gambe a non smettere proprio adesso di spingere sui pedali. Gli ultimi 500 metri, su strada per la prima volta un po' dissestata e sferzati da un vento ora gelido al punto da condensare il fiato, sono un concentrato di emozioni: da un lato la fatica che rende questi ultimissimi minuti un piccolo calvario, dall'altro la felicità di essere arrivato a una meta tante volte immaginata e ora finalmente lì davanti al manubrio, c'è da fare un ultimo sforzo con la forza dei nervi, poi ecco il segnale dei 2642 metri del col du Galibier, così bello, duro, mitico da fare impallidire tutti gli altri.
C'è un sole meraviglioso ma la temperatura è intorno ai 5 gradi, mi prendo il tempo strettamente necessario per fare qualche foto e per assaporare le visuali immense sui ghiacciai del versante sud, poi cerco un punto riparato per cambiarmi e indossare tutto quello che mi sono portato, guanti, gambali, pile, giacca a vento, l'indispensabile per affrontare la discesa. Sfido il freddo pungente per godermi ancora qualche minuto sui dieci metri di spiazzo, non so se tornerò ancora da queste parti e quasi certamente mai più salendo da questo versante, e tanto basterebbe per archiviare da subito il 'vero' Galibier nel ristretto albo delle imprese più belle e indelebili.
Se gli ultimi chilometri di salita sono stati tanto duri da impedirmi di apprezzare in pieno la maestosità delle cime che da ogni parte circondano la strada, la discesa mi permette di rifarmi con gli interessi e fino a Plan Lachat mi fermo frequentemente a fotografare gli scorci più suggestivi; la sede stradale in condizioni perfette consente d'altra parte di guardarsi in giro in condizioni di piena sicurezza, come raramete accade quando si sale a queste quote. Tornato a Valloire, mi svesto prima di attaccare con qualche preoccupazione la salitella al Télégraphe: ho già dato tutto quello che avevo, ma per fortuna la contropendenza è davvero poca cosa e anzi da chissà dove spunta ancora qualche energia che mi permette di superarla di slancio. La bella discesa a St-Michel, guastata solo dalle fastidiosissime vibrazioni nei tratti grattati, è l'ultimo atto di una grande giornata in bicicletta.

Nessun commento:

Posta un commento