giovedì 6 ottobre 2016

Gavia Day


Ponte di Legno - Passo Gavia - Ponte di Legno (Km 39)


Si può stare una vita senza aver fatto almeno una volta il Gavia? Ovviamente no, è una di quelle bandierine che qualunque ciclista che si rispetti deve piantare prima o poi bene in vista sulla sua bacheca. C'è da dire che il Gavia non è solo un'icona della storia del ciclismo italiano, che potrebbe essere un'attrattiva tutto sommato trascurabile; il Gavia è una signora salita da qualunque punto la si osservi: dura, a tratti spietata, lunga, aspra, fredda (esiste ampia letteratura su questo aspetto spesso sottovalutato dei grandi passi alpini e del Gavia in particolare), ma insieme meravigliosa e leggendaria, tutto quello che serve per farne un traguardo da raggiungere a costo anche di qualche sacrificio.

Il peggior difetto del Gavia è in effetti la sua collocazione geografica, in alta val Camonica, a tre ore e mezza di macchina che devo sciropparmi in giornata, con annessa sveglia antelucana. Man mano che mi avvicino alla meta, è difficile restare insensibili alle deviazioni per il Croce Domini, il Vivione e il Mortirolo, chissà che un giorno non ricapiti da queste parti, ma stavolta l'obiettivo è troppo più grande per lasciarsi tentare, per quanto le previsioni del tempo non diano margini alla fantasia: agli oltre 2600 metri del passo ci sarà da battere i denti.
Quando infine arrivo a Ponte di Legno, sono in perfetta tabella di marcia e decido di prendermela comoda per guardarmi un po' intorno e per permettere che il sole si faccia un po' largo nel cielo parzialmente nuvoloso, speranza vana perché per tutto il giorno il tempo si manterrà variabile pur senza minaccia di pioggia. Mentre preparo me stesso e la biciletta all'impresa, noto un discreto viavai di ciclisti che attribuisco alla fama della salita unita alla data, una delle ultime utili dell'anno per avventurarsi a certe quote, soprattutto a queste latitudini dove sulle cime sopra i 3000 metri ci sono già tracce di neve recentissima.
I primi tre chilometri, seguendo la cartellonistica che porta ad evitare il centro storico pedonale, disegnano da sud a nord una circonvallazione del paese lungo la statale del Tonale. la strada in questo primissimo approccio sale con moderazione fino a raggiungere il bivio per il Gavia, da dove inizia una breve contropendenza che fa perdere bouna parte del (poco) dislivello guadagnato. Fino a incrociare l'uscita da Ponte di Legno da nord, si percorre dunque un semplice preambolo di riscaldamento ai 17 chilometri di salita vera e propria, ma tanto basta per rendermi conto che il lunghissimo trasferimento ha pesato e il colpo di pedale non è quello che speravo: poco male, ci sarebbe stato da soffrire in ogni caso, vuol dire che impiegherò qualche minuto più del previsto per raggiungere la vetta.
I numeri del Gavia sono arcinoti e piuttosto espliciti: 1400 metri di dislivello, pendenza media oltre l'8%, punte al 16%, lunghi chilometri a doppia cifra; quella che non è chiarissima è l'altitudine del passo, con i cartelli (e wikipedia) che indicano 2652 metri e la maggior parte dei siti che si fermano 30 metri più in basso. Anche in questo caso, questioni di lana caprina che poco o niente cambiano nel senso della salita che sto per affrontare.
Una certa vulgata vuole che i cinque chilometri fino a Sant'Apollonia siano facili, ma quest'affermazione è vera solo in parte e comunque relativamente al resto dell'arrampicata. In realtà, dopo tre chilometri effettivamente pedalabili, la strada comincia a presentare pendenze di tutto rispetto con qualche breve puntata al 10%, ed è in questo tratto che raggiungo un tipo che sale con un numero sulla schiena. Chiedo se è in corso qualche gara, e lui mi informa che quel giorno è il Gavia Day, una sorta di ritrovo cicloturistico in cui l'ospite d'onore è nientemeno che Alberto Contador. Mi chiedo se riuscirò a vederlo e intanto proseguo sulla mia strada raggiungendo Sant'Apollonia e quindi inoltrandomi nella pineta, dove incontro il primo di dieci tornanti.
La strada è ancora larga e propone pendenze tutto sommato ragionevoli per circa un chilometro, poi si arriva alla fatidica sbarra che un tempo segnalava la fine dell'asfalto e che di fatto introduce a un'altra cosa, una specie di cerchio dantesco lungo 10 chilometri che rappresenta senza dubbio uno dei più duri ostacoli che abbia mai incontrato sotto le mie ruote. In concomitanza con un drastico ridimensionamento della carreggiata, comincia una serie di rampe paurosamente verticali, le pendenze superano a più riprese il 15%, lo sforzo per avanzare metro dopo metro è enorme, e solo in corrispondenza dei tornanti si riesce a respirare quel tanto che basta per attaccare il rettilineo micidiale che segue. Non so quanti minuti duri questo tratto infernale, non ho il coraggio nemmeno di guardare il contachilometri per non deprimermi, ma so che sono qui esattamente per questo e che ho atteso, desiderato questa serpentina assurda per anni e non è proprio il caso di mollare.
Affrontando uno dei tornanti centrali, quando la pendenza si decide a diminuire di un paio di punti, vengo superato da un ciclista a tripla velocità: mentre cerco di riavermi dalla sorpresa, riconosco in un barlume di lucidità la sagoma del fuoriclasse spagnolo che sale in perfetta solitudine, come un normale cicloturista, con la sua caratteristica andatura. Un "ciao Alberto" ricambiato, e nel tempo di terminare il tornante, la sagoma scompare dietro la curva successiva. Come avessi fatto un paio di palleggi nel prato dello Stadium insieme a Higuain, il breve incontro mi dà comunque quel po' di slancio che, complice la fine del tratto più ripido, mi permette di proseguire per qualche chilometro con una certa disinvoltura.
Le sorprese non sono comunque finite, perché quando sto per raggiungere il penultimo tornante della serie, vengo superato da un altro volto noto, stavolta quello di Ivan Basso, e di lì a poco sarà la volta anche dell'ex-iridato Alessandro Ballan. Un bel parterre de rois mescolato alla lunga teoria di ciclisti comuni che pedalano a diverse andature lungo una delle strade simbolo di questo sport che - caso unico - mette a disposizione di tutti i propri templi.
Nel frattempo, ho abbondantemente raggiunto e superato i 2000 metri di quota, temperatura e ossigeno cominciano a diminuire sensibilmente, e soprattutto si avvicina uno dei momenti più temuti, l'attraversamento della famosa galleria buia, negli anni passati autentico incubo di chi ci si avventurava. Oggi, con l'installazione di alcune lampadine led nel lato della discesa, un minimo di visibilità è garantito, ma per prudenza mi aggrego a un terzetto di ciclisti per percorrerla insieme a loro. Il tunnel è lungo circa mezzo chilometro, in curva, al 9% di pendenza, e nero e freddo da far paura. Non riesco neppure a vedere la mia ruota anteriore, per orientarmi e mantenere l'equilibrio in quel buio pesto i riferimenti sono i telai bianchi degli altri tre ciclisti, e il primo accorgimento è quello di evitare di toccarsi a vicenda.
Sono due o tre minuti che sembrano eterni, quando finalmente si ritorna alla luce mi sembra per qualche momento di rivevere, ma le brutte notizie non sono affatto finite. Mancano circa due chilometri e mezzo al colle, e adesso soffia un vento gelido e contrario, l'asfalto è in condizioni peggio che precarie, e soprattutto mi attende un terrificante drittone al 12/13%; uniche consolazioni il panorama maestoso pur in una giornata nuvolosa e la consapevolezza di stare per portare in qualche modo a termine un'impresa ancora più difficile di quanto l'avessi immaginata.
Per due chilometri i pedali sono pesanti come il piombo, supero a fatica il meraviglioso lago Nero e gli ultimi duri tornanti, poi un'ultima semicurva a sinistra ancora molto impegnativa, e finalmente i 500 metri finali più facili, col curvone a destra che porta al passo dove è già assembrata una discreta folla di ciclisti iscritti al Gavia Day. Proprio mentre sto terminando la mia fatica, già orgoglioso della prestigiosissima conquista, con sincronismo perfetto si alza una musica a tutto volume e una voce all'altoparlante annuncia che dall'attiguo Rifugio Bonetta stanno per uscire Contador e Basso. Parcheggio la bici e mi unisco al capannello attorno ai due campioni, che con grande disponibilità non si negano a foto e selfie dei ciclisti comuni. E' un momento simpatico e curiosamente simbolico, ma in breve su tutte le emozioni della giornata prevale la molto più prosaica sensazione del freddo.
Ci sarebbe pure qualche barlume di sole, ma la temperatura credo sia inferiore ai cinque gradi, per cui cambio la maglietta, indosso tutto l'abbigliamento invernale che mi sono portato in spalla e dopo qualche minuto saluto il Gavia col lago Bianco a pochi passi. Sono pressoché certo che almeno ciclisticamente questo sarà un addio, ma non c'è malinconia quando inizio la pericolosa discesa; anzi, il freddo, il fondo dissestato e i precipizi che caratterizzano i primi e più spettacolari chilometri in discesa sono ottimi pretesti per procedere a velocità molto ridotta, con frequenti soste per le foto ricordo, e prolungare di qualche minuto la mia permanenza su questa strada del mito.
Quando raggiungo la galleria, mi concedo infine una variazione sul tema, passando bici a mano sulla vecchia stradina con fondo pietroso che costeggia un profondo burrone. Rientrato sulla strada asfaltata al termine della galleria, non resta davvero che scendere con la dovuta cautela a Ponte di Legno, dove ho appena il tempo per un panino, prima di prendere la via del ritorno e lasciarmi alle spalle una giornata molto particolare.

il meglio del giro

Che dire di una salita di cui tutti sanno praticamente tutto? Il Gavia, soprattutto per chi non ce l'ha a portata di mano, non va sprecato: bisogna gustarlo, ammirarlo, viverlo con la calma che meritano le cose più grandi. Lascia dietro di sé tracce che vanno oltre le parole che servono per descriverlo.

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